I sogni non stanno nel cassetto, ma in un furgone GLS


In un week end permeato di colesterolo, agnolotti alla zucca e discussioni random con amici, il caso ha voluto che si finisse a parlare di rap italiano, di qualità dei testi, delle basi, delle personalità dei cantanti e infine dei video.

“Mai hai visto che imbarazzo la pubblicità nell’ultimo di Fedez?”

“No, perché?”

“Toh, ciapa.”

Ma partiamo dalle basi.

Il product placement in teoria

Produrre contenuti costa e ovviamente chi vi investe vuole ottimizzare i guadagni sfruttando ogni minima possibilità commerciale (ma va?).

Il product placement è quella modalità di promozione (spesso pagata profumatamente, poche volte involontaria) che prevede l’inserimento di prodotti e marchi commerciali reali all’interno di un contenuto multimediale, sia questo un programma radio, una canzone, una serie tv o un film.

Questa pratica sfrutta il coinvolgimento degli spettatori per creare un’immagine consistente e persistente di un marchio.

Ogni inserimento viene solitamente studiato accuratamente in modo da apparire “naturale” anche perché la linea che divide il product placement dalla sfacciata pubblicità è molto, molto sottile.

Qualche esempio? Il logo Pepsi in Terminator.

Le Nike “autoallaccianti” indossate da Marty in Ritorno al futuro sono un caso da manuale, tanto adorate dal pubblico che qualche anno fa Nike ne ha proposto un paio funzionanti.

Nokia, quando ancora diceva la sua, nella pietra miliare Matrix.

In Cast Away Tom Hanks è in continuo contatto con due marchi importanti: FedEx, nota azienda di spedizioni espresso, e Wilson, produttrice di palloni da volley.
In questo caso, entrambe le aziende e la produzione del film hanno negato di aver richiesto e sovvenzionato il product placement.

FedEx Tom Hanks

Il PPP ovvero il Product Placement Penoso

Il product placement può essere fatto bene contestualizzando in modo credibile i prodotti all’interno della storia, delle scene e in generale del contenuto.
Del resto per buona parte sono prodotti e servizi di uso comune, quindi la loro (moderata) comparsa non pregiudica la qualità della scena, della storia o della canzone.

Ma ovviamente può anche essere fatto male. Molto male.

Ed ecco che inquadrature dedicate, pose irreali degli attori, dialoghi al limite dell’assurdo vengono usate per mettere in risalto qualità eccezionali di un prodotto.

E mi chiedo come sia possibile che i produttori non si rendano contro della resa grottesca di questo tipo di promozione con scene artificiali, deprimenti e posticce che lasciano perplessi, quasi delusi.

Prendiamo un esempio internazionale su tutti: la serie TV Suits, celebre legal series, ha cominciato durante la 3 stagione a inserire marchette a Samsung sempre più imbarazzanti.
All’inizio il tutto era limitato ad elementi assolutamente “accettabili” come il notebook del protagonista, ma puntata dopo puntata i riferimenti al gigante della tecnologia coreano si sono fatti disarmanti.

“Quello che ci serve è una grossa azienda che continua a puntare al vertice (alla corona)”

– momento di sguardi perplessi e disfattisti tra i due top lawyer di New York fino alla “logica”, brillante conclusione –

“SAMSUNG!”

E questa è una delle scene meno deprimenti.

Stormi di fazzoletti Moschino, com’esuli pensieri nel vespero migrar

Ma torniamo al discorso iniziale.

L’avevo visto il video di Fedez? No, così l’ho guardato.

La mia reazione? Credo la stessa della vostra.

Nel video clip compaiono 3 marchi in particolare: Nescafè, Moschino e GLS.

Ora vi chiedo lo sforzo di immaginare la discussione che qualcuno deve essersi sentito fare.

“Molto, molto bene: la canzone è bella, il testo funziona, i teenager l’adoreranno e faremo un botto di soldi con le view e con le vendite. Ma se volessimo proprio fare il botto, e fidati lo vogliamo, dovremmo riuscire a inserire 3 prodotti all’interno del video.”
“Cosa? Vestiti? Macchine? Queste cose si inseriscono facilmente senza sputtanare tutto.”
“No no, nulla di tutto ciò. Dovremmo promuovere una bibita Nescafè, una scatola di fazzoletti firmati Moschino e , tieniti forte, il corriere espresso GLS.”
“Cosa?”
“Eh…”
“Cosa?”

Diciamolo: il video è di una tristezza imbarazzante.

L’atteggiamento impegnato/profondo/malinconico degli artisti, le rime baciate e i giochi di parole che fanno sospirare migliaia di 12enni si infrangono con le grottesche immagini di un bambino che gioca con un camion GLS. Così “aggratis”.

Per non parlare della bambina che, poeticamente, libera fazzoletti dalla scatola Moschino verso una finestra aperta oltre le quali si intravede un cielo di infinite nuvole. Così “aggratis”.

E che dire del Nescafè che giace li, di fianco all’unico limone che riempie un triste frigo, metafora di un vuoto interiore incolmabile se non dalla caffeina. Così “aggratis”.

E come commentare il gran finale? Un anonimo camioncino GLS (anonimo per il banalissimo bianco) che arriva, il fattorino che apre il portellone e rivela al suo interno un cosmo di pensieri, speranze, emozioni concentrate in un orsacchiotto, mascotte della Moschino.

Come commentarlo?
Così?


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